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IL SIGNORE DELLA FANTASIA
recensione
di Verdefoglia
 

Anno: 2002

Autore: Monda Andrea, Simonelli Saverio

Editore: Frassinelli

288 pagine

Prezzo: 13 € iva inclusa

A molti sarà capitato di porsi una semplice domanda: qual'è il più bel Saggio critico di argomento tolkieniano mai scritto da un autore italiano?
Fino a non molti anni fa non avrei avuto alcun dubbio nell'indicare il bel testo di Emilia Lodigiani, "Introduzione a Tolkien", edito dalla Mursia nell'ormai lontano 1982. Si tratta peraltro di un libro oggi pressoché introvabile, per cui l'apprezzamento non può che essere elargito dai pochi fortunati che ebbero l'occasione di leggerlo, una ventina d'anni fa o giù di lì...
Ma per fortuna di noi tutti, da un paio d'anni è disponibile nelle librerie quello che a buon diritto può ritenersi l'unico vero testo di valore scientifico che sia apparso in epoca ragionevolmente recente: "Tolkien il signore della fantasia", di Andrea Monda e Saverio Simonelli, Frassinelli editore.
Il motivo alla base dell'enorme differenza di livello esistente tra questo testo e tutti gli altri apparsi di recente è facilmente desumibile dal profilo dei due autori. A questo punto, mi sia consentita una breve parentesi: perché un testo scritto "a quattro mani" possa davvero funzionare, è normalmente necessario che il contributo di ognuno dei due autori non sia paritetico. Nel senso che uno dei due dovrà prefigurarsi come l'autore "di base", il reale "progettista dell'opera", mosso da autentica passione per il soggetto di ispirazione, con in testa un'idea organica e precisa delle tematiche da affrontare e delle conclusioni alle quali giungere. Mentre l'altro dovrà conferire il cosiddetto "valore aggiunto", fornendo spessore alle argomentazioni grazie alla sua competenza specialistica. Non sarà strettamente richiesto che questo "secondo autore" sia davvero appassionato al soggetto del libro, ma sarà suo compito spargere sulla pietanza il sale, il pepe, e dove richiesto il peperoncino; insomma, sarà suo il compito, e suo il merito, di "fare la differenza" rispetto alle altre pubblicazioni che vertono sullo stesso argomento.
Bene, nel caso specifico il binomio funziona, non dico bene, ma benissimo. Andrea Monda è, tra i due, il "tolkieniano autentico". Giornalista, avvocato, talento innato per la scrittura, da sempre appassionato di mitologia, docente di religione, collaboratore alle pagine culturali di diversi quotidiani nazionali, si è occupato di Tolkien fin dall'età della ragione e non ha mai disdegnato di collaborare attivamente anche a molte pubblicazioni provenienti dal "fandom", quali Minas Tirith, la vecchia rivista ufficiale della STI. Lui è certamente quello che prefigurerei come "autore base".
Saverio Simonelli è invece il "Terminator", nell'accezione sopra spiegata. E' un "addetto ai lavori", se mai fosse possibile trovarne uno: laureato in filologia germanica, anch'egli giornalista, curatore dei programmi culturali di Sat2000, traduttore da varie lingue di ceppo anglosassone (antiche e nuove) e recente curatore di pieces teatrali per il festival di S. Miniato. Non ho evidenza del fatto che sia effettivamente anche uno studioso e appassionato di Tolkien, ma è certo che, data la sua formazione culturale, se fosse stato un contemporaneo di JRRT gli avrebbe, come si suol dire, "dato del tu"!
Bene, mettere insieme "questi due" è un po' come avere a disposizione sul campo di battaglia la Wermacht con l'appoggio della Luftwaffe: non c'è scampo per nessuno! E infatti, non a caso, nessuna delle pubblicazioni recenti è in grado di reggere il confronto con questo Saggio non lunghissimo (270 pagine incluse le appendici) ma ricchissimo di nozioni, idee, informazioni, e al tempo stesso appassionante e godibile come un buon romanzo.
E, visto che siamo in tema di confronti, diciamo subito che la superiorità del Saggio di Monda e Simonelli è evidente sia nei confronti dei testi più o meno scopertamente miranti a cavalcare la tigre della trilogia jacksoniana, e come tali rabberciati frettolosamente e costruiti intorno a motivazioni pretestuose e spesso travisanti (valga per tutti l'esempio del cialtronesco "L'Anello che non tiene", strombazzatissimo ma dello stesso valore scientifico che potrebbe avere un trattato sull'Amore scritto da Danielle Steel), sia per quelli provenienti da quello che definirei come "il mondo della buona volontà". Citerei tra tutti due libri: "Introduzione a Tolkien" curato da Franco Manni e "Tolkien il Mito e la Grazia" di Paolo Gulisano; entrambi (soprattutto l'ultimo) costituiscono apprezzabili sforzi divulgativi, ma la loro natura fondamentalmente dilettantesca salta agli occhi non appena ci si imbatte in un testo realizzato da autori con sicuro approccio professionale, come quello che qui è presentato. E, se devo dirlo, anche guardando fuori da casa nostra solo leggendo i libri di Tom Shippey ho avuto la sensazione di avere a che fare con qualcosa di SICURAMENTE migliore della fatica di Monda e Simonelli, mentre in parecchi altri casi mi è parso che il testo italiano non sfigurasse affatto (anzi...).
E in particolare, bisogna dire, questo può valere in un contesto in cui ci siamo talmente abituati a prendere per buoni prodotti sottoculturali, da poterci solo stupire quando finalmente ci imbattiamo in qualcosa di davvero valido. Ricordiamoci che l'ambito in cui ci muoviamo è particolarmente insidioso e può condurre facilmente a travisamenti: altrimenti non succederebbe, come è capitato in un convegno tenutosi di recente, che il fatto in sé che un relatore intervenga a una conferenza con l'epistolario di Tolkien sotto il braccio sia di per sé sufficiente a qualificarlo come il non plus ultra degli esperti... e si badi che non stiamo parlando della versione integrale in lingua originale di quell'epistolario, ma della sbracatissima versione italiana deprivata di molto materiale essenziale, peraltro disponibile anche all'ultimo dei neofiti da 10 anni o giù di lì in qualsiasi libreria. Poveri noi!
 

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A differenza di quanto avviene per il 90% degli altri testi critici, qui "il toro viene preso per le corna". Non si parte andando a frugare qua e là nella vita di Tolkien per elaborare chissà quale tesi filosofica o ideologica, ma si incomincia analizzando ciò di cui per tutta la vita il Professore si occupò: la Scienza delle Parole.
"Io cercai parole nella parola originaria delle parole", recita la quarta strofa del Discorso Runico ospitato nell'Edda Antica di Snorri, un testo con il quale certamente JRRT era più che familiare!
Viene subito rovesciato il rapporto causa-effetto come è normalmente percepito, in materia tolkieniana: il carisma dei suoi racconti non origina da una fantasia sfrenata e da una singolare dote di romanziere-narratore impreziosito dalla competenza derivante dagli studi linguistici, ma proprio il contrario: è dalle parole che gemmano i racconti. Ogni parola, ogni nome, ogni suono (a cominciare dal celebre "Hwoet", che apre il Beowulf, il grande amore di Tolkien per tutta la vita!) contiene IN SE' un potenziale sviluppo narrativo. Le parole si accostano a formare le frasi, le frasi i capitoli, i capitoli i racconti. C'è un rimando interno per cui le "microstorie" insite in ogni parola entrano "in risonanza", come si potrebbe dire, e si ingigantiscono fino a prendere una forma più ampia. La coerenza del racconto che ne scaturisce è così insita in una sorta di sviluppo naturale: la storia nasce parallelamente alla "storia delle parole", che diventa poi sviluppo linguistico.
In buona sostanza, non è la perizia tecnica del romanziere a renderci affascinanti anche personaggi "improbabili" come Tom Bombadil e Barbalbero, ma è la sua conoscenza certosina dell'uso dei suoni, delle parole e dei nomi che a tali personaggi sono associati (il tutto ricomposto secondo le tecniche allitterative dell'anglosassone pre-normanno) a farlo. Il resto viene da sé, e l'Autore ha solo dovuto fare attenzione al fatto che il tutto non gli sfuggisse di mano. Sembra tutto piuttosto semplice, anche se io sto fornendo solo una sintesi estrema di un discorso molto più approfondito, che gli autori impreziosiscono con continui riferimenti al contesto accademico oxoniono negli anni intercorrenti tra la prima e la seconda guerra mondiale e al panorama di riferimento della letteratura anglofona dello stesso periodo. Ma il continuo rimando al testo, sia esso costituito dalla Trilogia, da Lo Hobbit, dal "legendarium" che avrebbe dato vita a quel continuum spazio-temporale che è il Silmarillion o da uno qualsiasi tra i cosiddetti testi minori conferisce linfa vitale all'analisi anche quando questa verte intorno ad argomenti già dibattuti fino alla nausea, quali la mitopoiesi, la subcreazione e l'appartenenza di Tolkien al Cattolicesimo. L'effetto è sorprendente, perché da un lato non ci viene data la sensazione di ritornare su un "dejavu", d'altro canto siamo condotti ad analizzare implicazioni del tutto nuove, senza forzature di sorta, perché le conclusioni sembrano scaturire automaticamente dal particolare metodo analitico "strutturale", se così si può dire, adottato da Monda e Simonelli.
Che differenza, rispetto alle trattazioni "a tesi" alle quali siamo da troppo tempo tristemente abituati!

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Non ripercorrerò passo passo i vari capitoli per non togliervi il piacere della lettura, che si dipana leggera e riserva (a lettori dotati di una sufficiente capacità di concentrazione e di spirito di osservazione) una sorpresa ad ogni pagina. Mi concentrerò invece su quanto ci viene esposto negli ultimi capitoli, allorché le conclusioni scaturiscono naturalmente tirando le fila dei vari discorsi sapientemente seminati nell'ambito delle prime 200 pagine. E' soprattutto nel capitolo "La sfortunatissima fortuna di un libro" che vengono smontati i più persistenti luoghi comuni fioriti negli ultimi 50 anni intorno alla figura di J.R.R.T.: personalmente mi sono divertito moltissimo, perché Monda e Simonelli ("politically uncorrect" come è giusto che siano tutti gli autori che hanno qualcosa di valido e di autentico da comunicare!) ne hanno per tutti, per i fautori del "Tolkien psichedelico" e del "Tolkien superomista", eccetera, eccetera. Più di un paio di orecchie (celebri e non) penso che abbiano fischiato, negli ultimi due anni...
Viene ripercorsa un po' tutta la storia a partire dalle reazioni, a livello di pubblico e di critica, susseguenti alla prima pubblicazione di Fellowship of the Ring nel 1954 con i primi entusiasmi e le prime critiche, anche feroci, provenienti dal mondo accademico e - soprattutto - da quello della critica letteraria che, conformandosi ai metodi di analisi normalmente utilizzati per valutare la letteratura del '900, in nessun modo si è mai dimostrata in grado (come sapientemente fatto rilevare da Tom Shippey in svariate occasioni) di recepire correttamente l'opera tolkieniana. Viene smontata radicalmente l'accusa, oggi più che mai viva e continuamente riproposta, di "manicheismo semplicistico" e di "escapistica" fuga dalla Realtà con le solite argomentazioni puntuali riferite al testo (e anche con l'ovvia considerazione per cui un Cristiano - in particolare un Cattolico! - tutto può essere fuorché manicheo o escapista); e lo stesso avviene per un altro luogo comune radicatissimo, questa volta di natura stilistica, che accomuna Il Signore degli Anelli a un filone celtico: niente di più sbagliato, come l'autore stesso ha più volte affermato in vita, lui che più di tutti incarnò e si fece portavoce di quella letteratura anglosassone alto-medievale che costituiva il fronte più fieramente opponentesi al mondo celta! Celti non sono i nomi dei personaggi, non sono gli scenari, non lo è il contesto narrativo del Ring; eppure ancor oggi tutto il materiale grafico di accompagnamento (copertine, mappe, gadgets vari e via discorrendo) recano a margine disegni direttamente ispirati alla grafia del Book of Kells, l'Evangelario celtico per eccellenza. E poi giù giù fino ai festini in costume o rievocativi, fino ad arrivare ai gruppi musicali che con le loro melodie alimentano l'equivoco: Tolkien è stato e sarà sempre complementare a manifestazioni impregnate di celtismo deteriore.
E, a proposito di manifestazioni deteriori, rifacendosi all'affermazione Tolkieniana in base alla quale "gli sciocchi non si trovano solo nel campo dei nemici", gli Autori scoccano una bella freccia verso tutto il mondo del Fandom, individuato come una delle cause che da sempre fanno sì che Tolkien venga associato ai fenomeni sottoculturali tout-court. Questo passaggio - inutile negarlo - mi produce un compiacimento tutto particolare, e la cosa non stupirà certo chi da tempo conosce le mie posizioni estreme su certi argomenti! Compiacimento che deriva anche dal fatto che io stesso presi di mira certi atteggiamenti un paio di anni fa; ovviamente, con molto minor cognizione di causa rispetto a quella messa in campo da due studiosi professionisti quali Monda e Simonelli, ai quali cedo volentieri la parola per quello che è, con ogni probabilità, il passaggio del libro che mi dà la più intensa soddisfazione:
"Una spiegazione parziale di questa frattura profonda è il proliferare di tante manifestazioni subculturali legate al mondo tolkieniano: i critici devono aver pensato che che per aver generato simili frutti marci anche l'albero dovesse essere infetto (!). Di fronte alle scritte comparse sui muri dei campus americani inneggianti a Gandalf e a 'Frodo lives', al cospetto della diffusione di magliette, giocattoli, tovaglie, calendari e gadgets di ogni tipo legati alla Terra di Mezzo, il critico avveduto sospetta che l'opera sia stata costruita per essere consumata più che compresa. Poi, negli anni Settanta, le cose si complicano con l'avvento delle società di fans, con campi scout che diventano campi hobbit, giochi di ruolo che ricalcano struttura e situazioni narrative del Ring, gruppi rock che si presentano al pubblico vestiti con cotte di maglia e con l'industria che pone abilmente il proprio sigillo allargando la tolkienmania a una rivincita del fantasy [questa frase implica ovviamente che anche per Monda e Simonelli tra Tolkien e il Fantasy non esiste alcuna relazione seria, nota mia personale], utilizzando opere minori e autori di bassa lega ma in grado di produrre in pochi mesi un best-seller. Anche gli autori di Guerre Stellari, come ricorda Oriana Palusci, scimmiottano l'epica tolkieniana fino a costruire una propria trilogia e a inserire personaggi dal vago sapore "hobbit", o gruppi che rammentano da vicino la Compagnia dell'Anello. Insomma, per chi è incline a vedere in Tolkien l'erudita e formidabile calamita di un insieme variopinto di prodotti subculturali legati a mode di massa, non ci poteva essere migliore occasione per screditare LOTR come oggetto di culti irrazionalisti e sottoprodotto da mercato".

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Il Saggio praticamente si chiude analizzando "il caso italiano", ovvero il contesto in cui certi scontri polemici si sono più intensamente radicalizzati. Anche in questo caso viene ripercorsa la storia fin dall'apparire dell'edizione Rusconi negli anni '70, le prese di posizione da "scomunica" della sinistra marxista e radicale dell'epoca, le (in gran parte conseguenti) appropriazioni culturali da parte della destra più irrazionalmente Evoliana e gnostica dall'altra. Nel ripercorrere questa strada, gli Autori non hanno timori reverenziali e se la prendono un po' con tutti i fautori di questo colossale equivoco: con l'Intellighenzia sinistroide che "non ingaggiò una vera battaglia contro il capolavoro tolkieniano", ma di fatto se ne estraniò sulla base di prese di distanza pregiudiziali e disinformate, ma anche con chi, da destra, si appropriò dell'autore inglese esaltandone l'imperitura lotta, tutta astratta, tra Bene e Male, tra Luce e Tenebra, dimenticando del tutto le molte figure in chiaroscuro (Boromir e Gollum su tutti, ma pure Denethor e vari Hobbit), per non parlare poi di Frodo e del suo "vittorioso fallimento", a favore di un eroismo tutto vigore e graniticità. Monda e Simonelli smontano impietosamente tutto questo con la competenza tipica degli "addetti ai lavori", con "la calma dei forti", aggiungerei... e se affilare gli strali contro il principale esponente di questa linea di pensiero, cioè Elemire Zolla e la sua datatissima introduzione all'edizione Rusconi che molti tra voi ancora ricorderanno risulta relativamente facile, più difficile è farlo nei confronti di uno studioso di indubbia competenza e che tuttora gode di sostanziale credito, quale Gianfranco De Turris. Nell'uno e nell'altro caso, la risposta si basa sulla materialità, mediocrità e umanissima debolezza (che non separa mai del tutto le Tenebre dalla Luce) con la quale anche i protagonisti in positivo dell'Anello non hanno paura a contaminarsi.
Quella materialità che non può fare paura a un autore autenticamente Cristiano, che ripone le sue speranze nella dialettica della Croce, il simbolo più materiale che ci possa essere, come correttamente - in base ai commenti più acuti che ho sentito sinora - deve avere intuito Mel Gibson nel suo film così "politically uncorrect".

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Spero almeno di avervi trasmesso un po' di sano interesse per questo testo che letteralmente gronda acume, consapevolezza e conoscenza. Un Saggio che reputo davvero immancabile nella biblioteca di ogni tolkieniano che si rispetti, una di quelle perle - sempre più rare - che hanno la facoltà di allargare gli orizzonti della mente.

Verdefoglia

 

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