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BEREAL
& KORA ::...
(by
Geko e Tyrande)
Bereal
Il viaggio da Imladris era
stato lungo e faticoso ma, per fortuna, privo di pericoli.
Stava cavalcando verso Nord da diverse settimane e un giorno,
finalmente, alla rossa e soffusa luce del tramonto, riuscì ad
intravedere all’orizzonte quello che sembrava essere un enorme
villaggio.
Procedette con cautela per qualche altro chilometro poi smontò e,
tenendo il suo cavallo alla briglia, si avvicinò all’alta palizzata che
delimitava il confine sud. Vicino all’ingresso sedeva, su un grosso
ceppo, un imponente uomo vestito di corazza di maglia ed armato con una
lunghissima spada.
Fece qualche passo verso la guardia e questa subito si alzò in piedi.
Era alta un paio di metri ed una profonda cicatrice solcava la sua
fronte proprio sopra il sopracciglio destro:
“Chi sei, viaggiatore, e cosa ti ha spinto fino al nostro villaggio?”
Bereal, il Bardo, fece qualche passo avanti entrando nel cono di luce
proiettato dalle lanterne appese vicino all’ingresso. Osservò
attentamente l’uomo che aveva di fronte e che gli aveva appena parlato e
… lo riconobbe!
“Gherwuff … non riconosci un vecchio amico quando lo incontri?”
La guardia si fece avanti fermandosi a pochissimi centimetri dal suo
interlocutore.
“Chi dovresti essere tu? Io non ti …” un attimo di
stupore “Che gli Dei proteggano la mia vista … Bereal … sei
proprio tu? Ti credevamo tutti morto … sono quasi dieci anni che sei
sparito … noi …”
“Gherwuff … hai intenzioni di lasciarmi qui fuori o pensi che sia
possibile farmi entrare?”
Una sonora risata ed una poderosa pacca sulla spalla accompagnarono il
Brado all’interno del villaggio.
Percorse la strada principale tenendo il suo cavallo per la briglia.
Tutto era silenzioso e poche erano le persone che incontrò lungo il
percorso … fin quando il suo sguardo non incrociò quello di un vecchio
uomo che, seduto fuori dell’uscio della sua abitazione, stava affilando
un lungo pugnale.
I due si guardarono, per qualche istante, poi il vecchio si alzò e gli
si fece incontro.
Bereal era impietrito, ma nonostante tutto riuscì a parlare:
“Whern … Maestro …”
Fece un inchino e rimase in quella posizione fin quando il vecchio non
lo colpì lievemente ed affettuosamente sulla spalla:
“Bereal, figliolo, sei tornato finalmente. Tutti credevano che fossi
morto ma io sapevo che la verità era diversa. Guardati … sei diventato
grande e sei abbigliato riccamente e parli come un nobile Signore … e
quegli strumenti musicali, sul tuo cavallo … ma dove sei stato tutti
questi anni?”
“Maestro … avremmo tanto tempo, domani, per parlare ma ora ho bisogno di
sapere dove abita la mia famiglia … perché sono ancora vivi, vero?”
“Si figliolo, sono ancora tutti vivi, anzi devi sapere che …”
Lo interruppe
“Dove abitano, Maestro?”
Un attimo di silenzio, poi un sorriso e un cenno d’assenso
“In fondo alla strada, sulla destra, dopo la Taverna di Frugar”
“Grazie Maestro, a domani”
Fece per andarsene ma venne fermato dopo pochi istanti:
“Bereal, figliolo … sono contento tu sia tornato”
Un attimo di commozione, poi la risposta
“Anch’io Maestro, anch’io!”
Raggiunse l’abitazione che Whern gli aveva indicato: era una casa molto
grande e ben curata. Oltrepassò la piccola porta del recinto esterno e
si avvicinò all’ingresso.
In quel momento dall’edificio uscì un bambino che, nell’impeto della
corsa, quasi non gli finì addosso. Un’evidente aria d’imbarazzo si
dipinse sul suo volto
“Mi scusi Signore, non l’ho fatto apposta … non mi aspettavo ci fosse
qualcuno qui fuori la porta”
Bereal s’inginocchiò in modo che i suoi occhi si trovarono alla stessa
altezza di quelli del suo giovane interlocutore. Aveva meno di dieci
anni e …
“Fereal, torna subito dentro”
Una donna era appena uscita fuori e stava richiamando a gran voce il
figliolo.
Bereal si alzò in piedi e la riconobbe immediatamente. Non gli sembrava
vero …
“Madre …” riuscì a stento a dire non senza commozione
La donna fece qualche passo avanti e in quel momento uscì dalla casa
anche un uomo. I due si avvicinarono ulteriormente ed ora Bereal non
aveva più dubbi:
“Padre … Madre … sono tornato”
Il piccolo Fereal era in preda alla più totale confusione, i suoi
genitori erano visibilmente emozionati e commossi … e quel viandante,
abbigliato in modo strano, li aveva appena chiamati “madre” e “padre”.
Dopo alcune ore Bereal e Fereal sedevano vicini, di fuori, al chiaror di
luna.
“E così tu sei mio fratello. Mi avevano parlato di te … però tutti
pensavano che fossi morto”
Bereal lo fissò per un attimo poi gli sorrise
“E invece sono ancora vivo. Ho viaggiato a lungo, per molti anni, ho
visitato molti luoghi e imparato tante cose.”
“E sai anche suonare? Ho visto degli strumenti sul tuo cavallo”
“Si … ho imparato molto bene a suonare, a cantare e a raccontare delle
storie meravigliose!”
“Davvero? Perché non me ne racconti una?”
“E' tardi e tu dovresti essere già a letto a quest’ora!”
“Solo una … per favore …”
“D’accordo, va bene”
Prese lo strumento a corde che gli avevano regalato a Imladris, mesi
prima, e disse:
“Ti racconterò la storia della ricerca del Tomo di Golodhlir.
Un’avventura cui presero parte il nobile Caranthir e sua sorella Earwen,
il valoroso Gwaeron e il giovane Arrakha, Kora l’esploratrice ed
Eruyomon l’elfo e …”
Fereal lo interruppe
“Elfo? Ma gli elfi non esistono …”
Bereal lo guardò con aria seria, poi distolse lo sguardo. Vagò lontano
col pensiero fino a raggiungere Glinlind. Poi si voltò nuovamente verso
il fratellino e con un sorriso disse
“Certo che esistono, Fereal … e sono delle creature meravigliose!”
“Se me lo dici tu ci credo … ma tu come fai a conoscere quella storia,
quella del Tomo di Goldr…”
“Golodhlir … il Tomo di Golodhlir, Fereal … conosco quella storia perché
… perché …”
In un istante gli tornarono in mente tutte le vicende vissute insieme ai
suoi sei compagni
“Conosco quella storia perché l’ho vissuta personalmente!”.
Kora
Kora si fermò ai margini di
una radura, il sole stava calando, e lei doveva preparare il campo per
la notte, l’aria era fredda ed umida, l’inverno si stava avvicinando a
grandi passi, le giornate erano sempre meno luminose e sempre più
rigide.
L’indomani mattina sarebbe giunta alla locanda sull’ultimo ponte, li
avrebbe fatto scorte alimentari, comprato vestiti pesanti e soprattutto
avrebbe potuto far ferrare il suo cavallo da un buon maniscalco; liberò
Omlus dalla sella e dalle briglie, l’animale cominciò a pascolare
pacifico vicino ad un albero, la ranger lo guardò per un attimo, poco
rimaneva dello splendido destriero che era stato, gli anni e le fatiche
lo avevano profondamente segnato e Kora pensò che al suo ritorno a casa
avrebbe chiesto a Marcus di lasciarlo libero per sempre; fu colta dalla
malinconia a quel pensiero, ma era giusto così si disse.
Il fuoco scoppiettava allegramente mentre le tenebre si infittivano e
l’aria diventava fredda come il metallo, quando era sola Kora non
riusciva mai a dormire profondamente, il suo istinto le impediva di
perdere completamente il contatto con il mondo circostante, anche se
Omlus avrebbe potuto avvertire il minimo cenno di pericolo, non era
sufficiente per sentirsi al sicuro.
Le stelle del cielo cominciavano a sbiadire ed una leggera luminosità
avanzava da est quando la ranger si accorse che qualcosa disturbava
l’ambiente in cui si trovava, non percepiva più il calore delle fiamme
ne il lento brucare del suo cavallo, tutto perdeva forza e consistenza,
un’ombra invase la sua mente, il gelo pervase il suo corpo, poi la
sentì, da prima leggera e sottile come una pioggia primaverile, poi
sempre più imponente, un suono, no una musica, melodia senza parole che
attanagliava i suoi sensi, che la costringeva ad ascoltare, non poteva
fuggire, non poteva gridare, cominciò ad avere paura, improvvisamente si
ritrovò sveglia, seduta vicino al fuoco, con il corpo madido di sudore e
i muscoli scossi dai brividi.
“Un’altra volta questo maledetto incubo” disse rivolgendosi ad Omlus,
che la guardava incuriosito qualche metro più in la.
Erano già sette giorni che si svegliava nello stesso modo, quella
melodia la perseguitava da quando aveva la sciato la carovana che stava
scortando verso Brea; non ricordava di averla mai sentita prima, a volte
la canticchiava come per rievocarla dalla sua memoria, la sua mente
diceva che non era poi così importante ricordare l’origine di quella
strana musica, ma la sua anima la ricercava in maniera quasi ossessiva.
Era già mattina inoltrata quando Kora varcò la soglia della locanda,
l’oste, un uomo basso e grassoccio le venne in contro con un’aria
cordiale e allegra.
“Come posso aiutarla mia cara?” Chiese l’uomo.
“Vorrei rimanere per un paio di giorni se avete posto” Rispose Kora,
“Debbo fare provviste e far ferrare il mio cavallo”
“Certamente la nostra locanda è il miglior posto che lei potesse
trovare, se vuole le preparo qualcosa di caldo da bere intanto che lei
accompagna il suo destriero nella stalla” e senza neanche aspettare la
risposta di Kora l’uomo sparì nelle cucine.
Che Omlus non fosse più un destriero da molto tempo la ragazza lo sapeva
bene ma le piaceva sentirlo chiamare così, si avviò sul retro della
casa.
L’aria era più calda del solito, la gente che si affaccendava, i bambini
che giocavano, gli animali che pascolavano, tutto fece si che Kora
cominciasse a sentirsi sempre più tranquilla.
Arrivò nella stalla e cominciò a strigliare il cavallo, si accorse che
stava ancora canticchiando la melodia, si costrinse a smettere, qualcuno
avrebbe potuto scambiarla per pazza o per una donnetta sciocca. In fondo
alla grande stanza stava un cavallo che catturò subito l’attenzione
della ragazza, il suo manto era nero, con una folta criniera, i garretti
forti e robusti sostenevano il peso di un animale veramente
impressionante; non tutti potevano permettersi un lusso del genere,
forse era un uomo ricco o addirittura un cavaliere.
Non riuscì neanche a finire la domanda che, quello che doveva essere il
proprietario del cavallo, entrò nella stalla.
Kora lo percepì ancora prima di averlo visto, si costrinse a riportare
la sua attenzione sul caro Omlus, essere discreti e passare quasi
inosservati rappresentava la regola d’oro dei ranger, osservò l’uomo
avviarsi verso il suo splendido destriero, lo vide con la coda
dell’occhio grattare l’ampia fronte dell’animale; era molto alto e
magro, i capelli color dell’ambra raccolti in una lunga coda, le
splendide vesti, di un intenso color blu, conferivano alla sua persona
un aspetto quasi regale, la ranger non riusciva a scorgere i lineamenti
del suo viso, si sarebbe dovuta girare sfacciatamente verso di lui, per
un attimo si sentì quasi in imbarazzo, poi si accorse che anche lui la
stava guardando.
“Il gioco si fa divertente” pensò Kora, a dire la verità sembrava che
quell’uomo non aspettasse altro che rivolgerle la parola; con una
malizia propria solo di una donna la ragazza si costrinse addirittura a
voltargli le spalle.
”Se mi vuoi parlare devi essere tu a venire qui, vediamo che ti
inventi….”Si sentì un po’ infantile a quel pensiero, ma la cosa la
divertiva profondamente.
Bereal
“E tu cosa hai fatto? Le hai
parlato … gli hai chiesto il suo nome … insomma ti sei avvicinato o sei
rimasto impalato ad accarezzare il tuo cavallo?”
Bereal guardò il fratellino con aria divertita
“Falstaff, il mio cavallo si chiama Falstaff … è una bestia
meravigliosa, ti piace?”
Fereal sbuffò impaziente
“Si, si … mi piace, ma non cambiare discorso! T’ho chiesto di
raccontarmi cosa hai fatto … se le hai parlato o no!”.
Il bardo fece un ampio sorriso
“Va bene, va bene … ma lo sai che sei curioso?! Comunque, si, le ho
parlato … ho parlato con Kora”
MESI PRIMA …
Erano settimane che non riusciva a pensare ad altro.
Aveva messo in un angolino nascosto della sua mente tutte le vicende
capitategli in quegli ultimi nove anni: la fuga da suo padre, il periodo
vissuto a Tharbad, gli splendidi anni nel Regno di Gondor, l’amore
impossibile e l’allontanamento da ciò che lo aveva “ucciso dentro”, il
ritorno a Tharbad, il viaggio verso Nord, il suo “incidente” e la
conseguente cecità, le cure di quelle creature che in seguito scoprì
essere gli Elfi del Bosco, l’incantevole Glinlind … e poi di nuovo
l’amore e il dolore … e di nuovo in viaggio!
Aveva riposto in uno spazio remoto tutti i suoi ricordi e non faceva
altro che pensare a quei versi.
Quei versi apparsi per la prima volta in sogno e poi, in seguito,
ovunque entrasse in contatto con la natura: mentre ascoltava lo scorrere
di un fiume o il vento tra le fronde degli alberi o la pioggia
insistente sul suo cappuccio e sul terreno ormai zuppo …
Ovunque andasse c’erano quei versi:
Troverai…RUNE!…
…Possenti segni…
…Vittoriosi segni….
Che colorò il Vate possente,
Cui diedero forma gli Dei Potenti e
Incise il Dio che tra gli Dei Urla...
Aveva provato innumerevoli volte a metterli in musica. Per un Bardo
abile come lui non sarebbe dovuto essere un problema e invece … non
riusciva a trovare le note giuste! Ogni volta che sembrava vicino alla
melodia perfetta tutto svaniva … era frustrante!
E poi … cosa significavano quei versi?
Perché lo stavano tormentando in quel modo?
Perché stava cercando la giusta melodia e, soprattutto, perché non
riusciva a trovarla?
Le sue peregrinazioni lo avevano portato in un piccolo villaggio e da
qualche giorno alloggiava in una locanda gestita da una cordiale,
gentile ed affettuosa coppia di anziani coniugi.
Quella mattina aveva deciso di andare al piccolo fiume, nonostante la
rigida temperatura, con il suo strumento musicale preferito per cercare
l’ispirazione e magari comporre una melodia.
Era quasi pronto: si era lavato, aveva legato i capelli in una lunga
coda, stava per afferrare il suo strumento a corde preferito quando …
“E’ lei!” pensò “E’ la musica che sto cercando”
Una voce (sicuramente femminile), proveniente da fuori, stava intonando
delle note, una musica … e per Bereal fu un’illuminazione! Era la
melodia che stava cercando da diverse settimane!
Ma chi era che stava canticchiando?
Corse ad affacciarsi alla finestra della sua stanza (posta al primo
piano) e … non riuscì a vedere nulla. Scopri, però, che la voce
proveniva dalle stalle sottostanti.
Dimenticò il suo strumento, si precipitò fuori dalla stanza, scese con
pochi e lunghissimi balzi le scale che portavano alla sala comune della
Locanda …
“Bereal, figliolo, ti stavo cercando. Volevo dirti che …”
Era l’oste che, vedendolo apparire di corsa, lo aveva intercettato per
chiedergli qualcosa
“Non ora … io … scusatemi ho una cosa urgente da fare … perdonatemi …”
Il Bardo uscì velocemente dalla locanda
“Benedetto figliolo … è tanto bravo quanto strano … ed io che volevo
solo chiedergli se … mmm … non importa, glielo chiederò più tardi”.
Bereal corse fino all’ingresso della stalla, si fermò prima di entrare,
si ricompose, riprese fiato, sistemò le sue vesti ed entrò.
All’interno scorse subito la figura di una giovane donna, abbigliata con
comode e pratiche vesti, probabilmente reduce da un lungo viaggio. Dai
lineamenti del viso dedusse le sue origini: veniva da Sud, dal Regno di
Gondor, ne era sicuro!
Stava provvedendo a sistemare il suo cavallo e non si degnò di girarsi.
Il Bardo si schiarì la voce, poi si avvicinò lentamente al suo cavallo,
Falstaff, ed iniziò a fingere di occuparsi della bestia.
Passarono alcuni istanti … la ragazza stava mal celando la sua
indifferenza e a quel punto Bereal decise di rompere il silenzio:
“Permettetemi di presentarmi, mia signora. Mi chiamo Bereal e sarebbe un
onore per me conoscere il vostro nome”.
Disse queste parole mentre, incrociando le braccia sul petto, ovvero
utilizzando il classico saluto degli Uomini di Gondor, i Nùmenòreani, si
inchinò lievemente.
[...]
“E lei? Cosa ti ha detto …”
Fereal lo aveva interrotto ed ora, con gli occhi sgranati e con una
buffa espressione incuriosita sul volto, gli stava chiedendo
animatamente di proseguire il racconto.
Bereal sorrise al fratellino e continuò
“Si, Kora mi ha risposto. L’ho invitata ad assistere allo spettacolo che
avrei tenuto quella sera in locanda e …”
Fereal parve sorpreso
“Ma non le hai detto nulla della canzone? Lei stava cantando la canzone
che cercavi da settimane e tu non le hai detto niente!”
Bereal si finse offeso
“E tu al posto mio cosa avresti fatto? Le avresti raccontato tutto e
subito? Eh no … ci vuole tempo per certe cose, fratellino! Tempo e
diplomazia! Bisogna utilizzare bene le parole … ed io sono un artista
della parola … quindi …”
Fereal a quel punto sembrava davvero divertito
“Si … un’artista della parola che rimane senza parole” e scoppio in una
sonora e sincera risata alla quale, dopo poco, si unì anche il fratello
maggiore.
MESI PRIMA …
Aveva dato appuntamento a Kora per ora di cena, in locanda.
Aveva nuovamente evitato l’oste che per la seconda volta aveva cercato
di fermarlo per parlargli.
Era tornato di corsa nella sua stanza, preso il suo miglior strumento a
corde e precipitato al vicino fiume (lo scorrere dell’acqua, da sempre,
gli forniva la giusta ispirazione) per suonare un po’ e trovare la
concentrazione in previsione della serata.
Fu interrotto dopo alcune ore dall’arrivo della moglie dell’oste che,
gentilmente, gli aveva portato qualcosa di caldo da mangiare (Bereal,
abituato alle rigide temperature del Nord, e perso nei suoi arpeggi, non
si era reso conto di aver trascorso buona parte della giornata fuori
dalla locanda, in riva al fiume, a suonare).
Rientrò in taverna ad ora di cena, l’oste riuscì finalmente a parlargli
(dopo i due tentativi della mattina andati a vuoto) e gli chiese di
suonare, per quella sera, qualcosa di nuovo, di diverso.
“Buon uomo … sono giorni che mi esibisco in questo posto e in realtà Voi
non mi avete mai sentito Suonare!”
L’oste parve non capire e assunse un’espressione confusa.
“Stasera, per la prima volta, io Suonerò e Canterò”
Si voltò e si precipitò, di corsa, nella sua stanza.
“Come sarebbe a dire che non ha mai cantato ne suonato … ma se sono
giorni che lo fa … bah … che strano figliolo!”
Bereal, nella sua stanza, si preparò.
Scese nella sala comune (volontariamente) in ritardo.
La stanza era piena e la gente, ormai soddisfatta dal cibo e dalle
bevande, stava rumorosamente chiamando (ed acclamando) il Bardo.
Bereal attese che nella sala scese il silenzio assoluto.
Si sedette ed iniziò a Suonare (ma non a Cantare).
Il suo pubblico, dopo diversi minuti, era totalmente rapito … aveva la
loro completa attenzione! In quel momento iniziò anche a cantare e
proseguì a lungo per oltre un’ora.
Finalmente soddisfatto, decise di concludere la serata suonando la più
bella canzone insegnatagli (anni prima) dagli Elfi del Bosco, cantando
quindi nel linguaggio chiamato “Sindarin”, e dedicando ogni singola
parola (e nota) a Kora, seduta in disparte in una angolo della locanda.
Volse, quindi, la sua attenzione alla giovane donna incontrata quella
mattina ed iniziò.
Quello che accadde in seguito ebbe dell’incredibile!
Kora
Il suo nome era Bereal, era
un Eothèd e non suonava affatto male, Kora certo non era esperta di
bardi, nella sua vita non ne aveva incontrati più di due o tre, e questo
sembrava proprio quello con più talento. Lo ascoltava mentre sorseggiava
del sidro ad un tavolo della taverna, il bardo stava cantando un motivo
molto orecchiabile, anche se la ragazza non riusciva a capirne le
parole, doveva essere qualche lingua a lei sconosciuta ma molto dolce ed
elegante.
La mattina, quando si erano conosciuti nelle stalle, lui le aveva detto
che la sera avrebbe tenuto un’esibizione memorabile, per questo Kora
aveva deciso che sarebbe rimasta ad ascoltarlo nella grande sala da
pranzo, nonostante fosse molto stanca. Bereal si era presentato con un
notevole ritardo, i lunghi capelli erano sciolti e portati all’indietro,
aveva scelto per la serata un fantastico vestito nero;
”Sa come fare colpo sul pubblico” pensò la ranger.
Bereal terminò la sua canzone, tutti applaudirono e tornarono distratti
a sorseggiare birra e a mangiare, L’eothed cominciò a suonare
nuovamente, dopo circa dieci secondi che ascoltava la musica Kora
cominciò ad impallidire, riconobbe la melodia che l’aveva ossessionata
negli ultimi giorni, questa volta però sentiva anche le parole, non
capiva cosa stesse succedendo, i sensi si ottenebravano, la gente mano
mano spariva, la taverna si dissolveva, rimaneva solo la musica e la
voce di Bereal a farle compagnia, come un faro che attirava la sua
attenzione, ebbe di nuovo paura, ma qualcosa accadde, si sentì
improvvisamente scossa da un brivido, le sensazioni tornavano più forti
di prima, i sensi si acutizzavano, credette addirittura di percepire il
latrato di un cane in lontananza, pensò ad Omlus, lo aveva legato bene?
Gli aveva dato abbastanza biada? La porta della stalla era stata chiusa
bene?
Pensieri turbinavano nella sua mente ed in sottofondo c’era sempre
quella musica, c’era sempre il bardo che cantava; ad un tratto Bereal
tacque, la calma tornò nell’animo di Kora, si guardò intorno e vide le
facce stupite degli altri ospiti.
“Hanno avuto la mia stessa sensazione” pensò Kora.
Piano piano la gente cominciò ad avviarsi verso la porta, confusa,
disorientata, ansiosa, la ranger non capiva, guardò Bereal, sembrava
tranquillo e del tutto inconsapevole dell’effetto che la sua canzone
aveva avuto sugli altri.
La ragazza avrebbe voluto tornare subito nella sua stanza ma la
curiosità ebbe il sopravvento, fece un gesto al bardo per invitarlo a
sedersi al suo tavolo, lui si mise seduto proprio davanti a lei, Kora lo
guardò per un attimo, i limpidi occhi azzurri non mostravano la minima
traccia dell’agitazione che aveva pervaso tutta la sala, lei avrebbe
voluto fargli mille domande, ma si costrinse a mettere ordine tra le sue
idee, dopo qualche secondo disse:
“Che razza di scherzo è mai questo? Hai sconvolto tutti i presenti,
compresa me!”
Bereal pareva stupito, sembrava che non sapesse proprio di cosa Kora lo
stesse accusando.
“Ho solo cantato una delle mie solite canzoni, niente di più”
“Niente di più?! Hai fatto fuggire la maggior parte della gente!!”
Il bardo si guardò attorno e dopo pochi secondi ammise:
” Effettivamente non avevo mai visto un comportamento del genere dopo
una mia esibizione, generalmente sono divertiti e allegri.”
“Che canzone era?” Chiese Kora
Bereal cominciò a canticchiare a bassa voce.
“Non è questa!!!Quella che hai cantato questa sera era quella che io
canticchiavo nelle stalle stamani!”
“Non è possibile ti sbagli Kora, sono sicuro del pezzo che ho
eseguito”“E io ti dico che non è questo!”
I due si fissarono per un lungo momento, incapaci di dare qualsiasi tipo
di spiegazione agli strani fatti che si erano verificati quella sera.
Bereal
“Ma insomma, Bereal … che
canzone hai cantato quella sera?”
Il Bardo osservò per qualche istante il fratellino; poi vagò lontano col
pensiero fino ad arrivare agli eventi verificatesi molti mesi prima …
sembrava esser passata una vita da allora!
Distolse lo sguardo da Fereal, fissò per un istante la luna e disse:
“Ti assicuro che quella sera io suonai e cantai semplicemente una delle
canzoni insegnatemi dagli Elfi del Bosco, la più bella delle canzoni che
io conosca … ma nulla di diverso!”
Il fratellino parve deluso e con un filo di voce disse:
“Ma Kora … lei ti ha detto … si, insomma … lei ha detto che tu hai
cantato un’altra canzone … la musica che ossessionava lei da settimane e
… e i versi che tormentavano te da tanti giorni”
Il Bardo tornò a guardare il suo giovane interlocutore. Gli sorrise e
continuò:
“Si Fereal … solo in seguito scoprii di aver suonato e cantato quella
Canzone. Sarebbe meglio dire che quella Canzone mi ha usato per esser
cantata. Io ero il suo strumento, il suo tramite … è un po’ difficile da
spiegare … in un certo senso è come se fossi stato usato a mia
insaputa”.
MESI PRIMA
Sdraiato sul suo letto.
Gli occhi fissi sul soffitto della stanza.
Fuori solo il rumore del vento, nulla più.
Che era successo?
Perché la gente se ne era andata dalla Locanda in quel modo?
Aveva suonato male?
No!
Era sicuro di essersi esibito bene, come non aveva mai fatto in quegli
ultimi giorni.
E invece … quegli sguardi atterriti, impauriti, preoccupati …
Non capiva.
Anche l’oste aveva avuto la stessa reazione di tutti gli altri, se non
peggio!
E perché quella giovane viaggiatrice, Kora, gli aveva detto che … che …
cosa gli aveva detto esattamente Kora?
Era troppo stanco, voleva solo riposare. L’indomani mattina si sarebbe
svegliato presto e avrebbe chiesto a Kora di cantargli quella melodia,
la canzone che quella mattina aveva accennato nelle stalle mentre
sistemava il suo cavallo.
Si, glielo avrebbe chiesto … e l’avrebbe messa in musica, avrebbe
trovato le note giuste e poi l’avrebbe suonata col suo miglior
strumento, cantandoci sopra i versi che da settimane lo tormentavano!
Si! Era questo che doveva fare!
[...]
“E lo hai fatto, Bereal? Gli hai chiesto di cantarti la sua Melodia?”
Fereal era sempre più incuriosito e coinvolto dal racconto del fratello
maggiore.
“Si, fratellino, l’ho fatto. La mattina seguente mi sono svegliato di
buonora, mi sono preparato con cura, ho scelto il mio strumento
preferito e sono sceso nella sala comune. C’erano solo l’oste, sua
moglie e un paio di abitanti del villaggio.”
Il suo giovane interlocutore parve perplesso.
“E Kora? Non c’era? Dov’era? Perché non …”
Il Bardo lo interruppe con un gesto della mano e, sorridendo ampiamente,
proseguì:
“Kora arrivò qualche minuto dopo e venne a sedersi al mio tavolo”
MESI PRIMA
Bereal si alzò in piedi, fece cenno alla giovane viaggiatrice di
avvicinarsi e la invitò a sedersi al suo tavolo.
“Buongiorno Kora” disse facendo un lieve inchino “ben svegliata!”
proseguì sorridendo e mettendosi nuovamente seduto.
Ordinarono qualcosa da mangiare, una colazione semplice, e mentre
aspettavano Bereal iniziò a parlare.
“Devo chiederti un favore, Kora. Quella che sto per farti può sembrare
una richiesta insolita, me ne rendo conto, ma io sono un Bardo e per me
alcune cose hanno un importanza maggiore rispetto alle persone che non
amano la musica o che magari si limitano ad ascoltarla nelle locande …
in effetti delle volte mi chiedo se …"
“Bereal …” la sua interlocutrice lo interruppe “qual’è il favore che
vuoi chiedermi?”
Il Bardo non sembrò affatto imbarazzato della semplicità e dei modi
diretti e pratici della ragazza … anzi, gli piaceva il suo modo di fare.
Sorrise e proseguì:
“Volevo chiederti se tu potresti …”
“Ecco la vostra colazione, signori! Spero sia di vostro gradimento. Mi
avete chiesto qualcosa di semplice, lo so, ma fuori fa freddo, voi vi
siete alzati di buonora e suppongo abbiate degli affari da sbrigare
quindi un sano e nutriente pasto vi sarà sicuramente utile per prendere
energie ed affrontare le lunghe ore che vi separano dal pranzo. A tal
proposito mi stavo chiedendo se …”
I due furono investiti da un fiume di parole e l’oste avrebbe proseguito
se Bereal non lo avesse interrotto con un educato ma deciso segno della
mano
“Mi chiedevo se questa mattina Falstaff ha ricevuto la sua dose di
biada. Sapete, ieri mattina mi sono accorto che il mio povero cavallo
aveva saltato la colazione e sarebbe un peccato se quella povera bestia
dovesse rimanere a digiuno anche oggi …”
L’oste, inizialmente, parve non capire … poi, come colto da
un’illuminazione, annuì energicamente e si congedò:
“Scusami, Bereal, hai ragione … si, si, ho capito … vado subito a
controllare il tuo cavallo … vado nelle stalle … a più tardi.”
E così dicendo sparì velocemente fuori della locanda.
“Dicevo … volevo chiederti di seguirmi fino al fiume e cantarmi ancora
la canzone che ieri mattina, nelle stalle, stavi …”
“Ma tu quella canzone già la conosci, Bereal! L’hai cantata ieri sera
alla fine della tua esibizione.”
"Kora, perdonami, non vorrei assolutamente sembrare scortese … ma io
ieri sera ho concluso la mia esibizione con una canzone che mi hanno
insegnato gli El …” si fermò un istante, fece un lungo respiro “non ho
cantato quella canzone, Kora. Non la conosco, quindi non posso
suonarla.”
L’espressione di Kora era un misto tra incredulità, irritazione e
curiosità.
“Ti sbagli, Bereal … ma a quanto pare ieri è successo qualcosa di strano
a cui non so dare alcun tipo di spiegazione” la ragazza fece una pausa,
poi proseguì “verrò con te al fiume” (ma perché proprio al fiume, pensò)
“e ti canterò quella canzone … così anche tu ti renderai conto...”
[...]
“Perché proprio al fiume, Bereal”
Fereal pose quella domanda al fratello maggiore proprio come se la era
posta Kora, mesi prima.
“Perché lo scorrere dell’acqua è l’essenza stessa della musica. Gli Elfi
mi hanno insegnato ad ascoltare la voce di Ul… mmm … forse è un po’
difficile da spiegare, ma un giorno cercherò di farti capire. Diciamo
che il suono dell’acqua mi aiuta tantissimo a concentrarmi”
Il suo giovane interlocutore parve non capire, ma era ansioso di
conoscere il resto della storia.
“E poi? Cosa successe? Siete andati al fiume?”
MESI PRIMA
Faceva freddo ma Bereal sembrava non accorgersene.
Kora, invece, era avvolta nel suo pesante mantello e avrebbe preferito
di gran lunga starsene al caldo della locanda piuttosto che seduta in
riva ad un fiume in compagnia di un Bardo tanto interessante quanto
strano.
Bereal pizzicò leggermente le corde del suo strumento, poi si fermò.
Ascoltò per qualche istante lo scorrere dell’acqua e poi continuò ad
arpeggiare.
Smise.
Sembrava soddisfatto.
“Bene. Possiamo iniziare. Ti dispiacerebbe cantarmi quella Canzone, Kora?”
E Kora cantò.
Ovviamente quella Canzone non aveva parole … era una semplice melodia.
Il Bardo ascoltò attentamente per alcuni minuti.
“Grazie … credo di aver capito. Ora provo io”
Iniziò a suonare e riuscì a trovare quasi subito (come spesso gli
accadeva) le note giuste.
Kora annuiva soddisfatta, la musica era proprio quella!
Poi Bereal iniziò anche a cantare, accompagnando le note del suo
strumento ai versi che da settimane lo perseguitavano e …
… tutto intorno a lui diventò più nitido, più chiaro, più definito.
Il rumore dell’acqua sembrava essersi amplificato, riusciva a
distinguere dettagli che, normalmente, non avrebbe scorto neanche dopo
un accurato ed attento esercizio di osservazione!
Che stava succedendo?
Anche Kora sembrava esser disorientata.
Smise di cantare e di suonare ma i suoi sensi erano ancora acutizzati
come se …
“Non è saggio intonare un Canto di Potere così incautamente. Qualcuno,
in questo momento, potrebbe essere in ascolto e a quel punto riuscirebbe
ad individuarti con estrema facilità ... come ho fatto io.”
Non lo avevano sentito arrivare!
Kora e Bereal non lo avevano sentito arrivare!
Di fronte a loro un’altissima figura li stava osservando.
Lo straniero calò il cappuccio che celava il suo volto rivelando una
folta capigliatura bionda.
I suoi lineamenti erano delicati, i suoi occhi profondi come gli abissi
del mare, il suo portamento elegante, i suoi passi aggraziati, il suo
sguardo intenso …
Bereal non aveva alcun dubbio! Si alzò immediatamente in piedi, assunse
un’espressione dura, fece qualche passo in avanti frapponendosi tra il
nuovo arrivato e Kora.
Lo sconosciuto si fermò, sorrise cordialmente e disse, con voce
melodiosa:
“Sono in viaggio da molti giorni. Ieri sera, passando da queste parti,
ho avuto la fortissima sensazione che qualcosa, o meglio qualcuno,
stesse apertamente facendo uso di … come dire … stesse utilizzando le
sue particolari doti per …”
“Chi è quest’uomo?” chiese Kora con un filo di voce, visibilmente
impressionata dall’aspetto e dai modi dello straniero.
Bereal le si avvicinò ulteriormente e …
[...]
“Ma chi era? Chi era quello strano individuo?”
Fereal aveva nuovamente interrotto il racconto di suo fratello.
Il Bardo lo guardò con aria seria, poi gli sorrise e proseguì:
“Ti risponderò nello stesso identico modo in cui risposi a Kora,
fratellino!”
MESI PRIMA
L’espressione del Bardo si fece ancora più ostile!
“Non avere paura, Kora” disse Bereal con voce dura e atona “non avere
paura … è solo e semplicemente un Elfo!”.
Kora
“Solo un elfo!?”
Kora era talmente sconvolta da quell’essere che la sua voce risultò un
misto tra disperazione ed isteria.
Solo nei suoi sogni aveva visto creature così belle, eleganti, eteree,
forgiate dall’essenza stessa della luce, mai il suo sguardo si era
posato su una tale dimostrazione del potere divino, la curiosità era
mista alla paura, fissava quegli incredibili occhi profondi come il
mare, finestre su un baratro che la chiamava a gran voce.
Bereal si mosse e Kora riuscì a scuotersi e a riprendere il contatto con
la realtà, il bardo sembrava infastidito da quella presenza, aveva
assunto un atteggiamento ostile, per un attimo la ragazza ringraziò il
cielo che l’eothèd si trovasse tra lei e lo straniero.
Quando Bereal avanzò Kora si rese conto di stringere tra le mani un
lembo del vestito del ragazzo, le nocche delle dita le stavano
diventando bianche, ma lei non riusciva o non voleva perdere il contatto
con l’unica persona che sembrava poter fronteggiare quella creatura.
“Il mio nome è Eruyomon e vengo da molto lontano”
Le parole dell’elfo sembravano sfiorare l’aria che le trasportava,
eppure erano così chiare e inequivocabili nella mente di chi le
percepiva, Kora si chiese cosa potesse volere da loro quella creatura;
come se le avesse letto nella mente Bereal disse:
“Cosa vuoi da noi elfo?”
La voce del bardo era dura e velata da una certa nota di disgusto, per
quanto la ranger lo conoscesse da poco non riusciva quasi ad immaginare
che quel modo di parlare potesse appartenere a Bereal.
“Visto che qualcuno o qualcosa ha deciso di farvi un dono abbastanza
insolito, mi stavo chiedendo se voi due accettereste di aiutarmi… per
così dire in un affare che mi sta molto a cuore.”
Lo sguardo dell’elfo passava rapidamente da Bereal a Kora, era
evidentemente in attesa di una risposta che tardava ad arrivare.
“Di che dono stai parlando?” Kora quasi non credeva di aver rivolto la
parola ad Eruyomon.
“Ti ripeto, la canzone che stavate cantando è un canto di potere, un
canto di vigilanza per l’esattezza, e a meno che qualcuno non sia
versato in questa arte non dovreste proprio conoscerlo!”
“Cosa è un canto di vigilanza?” Kora aveva rivolto la domanda a Bereal
sussurrandogliela in un orecchio, ma con sua enorme sorpresa anche
Eruyomon la sentì, fu infatti lui a rispondere.
“Diciamo che i canti di potere traggono la loro forza dall’essenza
stessa della musica, si caricano dell’energia di ciò che ci circonda e
la restituiscono modificando il mondo che percepiamo, vero Bereal?”
Il bardo annuì controvoglia.
“Allora avrò il vostro aiuto?” Chiese Eruyomon
“Elfo io non mi fido della tua razza, ma voglio assolutamente scoprire
per quale motivo mi ritrovo a cantare un canto di potere. Ti seguirò.”
Detto questo Bereal si voltò verso Kora e aggiunse:
“Non sei costretta a venire con me,non so cosa potrebbe aspettarci,
quindi se vuoi andare a casa non esitare.”
La ranger ci pensò un attimo, voleva veramente tornare a casa, voleva
raccontare a Marcus tutte le cose incredibili che le erano accadute,
voleva accarezzare nuovamente il musetto di Razil e stendersi all’ombra
del grande albero in giardino; esitò un attimo e poi rispose:
“Certe occasioni ti capitano una volta sola nella vita, e credo che sia
giusto non sprecarle, voglio sapere anche io per quale motivo siamo
stati tirati in ballo in questioni più grandi di noi, quindi verrò con
te Bereal.” E strizzandogli l’occhio aggiunse:
“ E poi hai bisogno di qualcuno che ti difenda no?” |
|
...::
LA TORRE DELLE AQUILE
::...
(by Ossian,
Valandur, Northman
e Elyanna)
Master
“Questo Azazel ha imprudentemente dichiarato di essere un servo di
Angmâr. Nella spopolata Arnor, un contingente di orchi e lupi non si
potrebbe nè Riunire né muoversi non visto, se non ad opera di una
potente ed oscura volontà, tesa verso un qualche importante obiettivo”
Questa frase, detta con tanta semplicità, fece scendere ’inverno nella
Torre delle Aquile di Fornost. Aranarth, Capitano dei Raminghi del Nord,
presiedeva la riunione. Intorno a lui, molti Raminghi, seduti al tavolo
davanti ad un cumulo di mappe infilzate da decine di piccole bandiere.
Vestiti come sempre di abiti pratici e semplici, tinti dei colori del
bosco, contrastavano aspramente con i signori di Arnor, almeno quelli
che erano sopravvissuti alla guerra. Questi si erano presentati vestiti
di splendide cotte di anelli, cingendo spade e daghe e lasciando
all’ingresso scudi dai colorati stemmi.
Fu proprio Aranarth a rompere il silenzio.
“Gwaeron. Ti vediamo scosso e provato. Ci hai raccontato solo frammenti
della tua storia, ed ancora non abbiamo capito chi è l’uomo che ti
accompagna, e che sembra versare nelle tue stesse condizioni”. Aranarth,
stanco dai lunghi anni di guerra, demoralizzato dalle lotte interne che
continuavano indomate tra i pochi dignitari rimasti a Fornost, fece una
pausa. Si guardò intorno cercando un sostegno negli occhi dei raminghi
più anziani, e proseguì. “Prima che le tue affermazioni ci portino alla
coscrizione di un nuovo esercito, sii buono e raccontaci che cosa ci
facevi a Minas Parth e, soprattutto, se pensi che vi sia ancora speranza
per la sua guarnigione”.
Caranthir ed Earwen arano là, dietro Gwaeron. Avevano ascoltato solo
pochi episodi i più della storia del loro amico nordico, ma sapevano
bene perché si trovava in quella torre e quale impresa era riuscito a
compiere. Ansiosi di avere qualche dettaglio in più, ma timorosi che
orecchie poco amiche potessero apprendere più del necessario, lasciarono
che fosse Gwaeron a decidere che cosa rivelare e cosa nascondere,
sebbene l’idea di tessere trame alle spalle del Capitano Aranarth
addolorasse Caranthir in gran misura.
Gwaeron, che aveva ancora il fiatone per le scale fatte e per il
frettoloso rapporto riferito alla riunione, prese un lungo respiro,
raccolse le idee, e disse…
Caranthir
Ancora un'altra inutile riunione nella Torre delle Aquile.
Tutti i presenti stavano animatamente discutendo sul futuro del Regno
del Nord e sul destino occorso al malefico Reame di Angmar ed al suo
terribile Re Stregone.
Ma come al solito le interminabili discussioni non avrebbero portato
alcun risultato concreto ed il consiglio avrebbe deliberato qualche
altro fumoso ed inconcludente documento.
Carte bollate, titoli e vuoto orgoglio.
Non era rimasto altro del grande regno di Arnor?
Osservando quello stupido spocchioso di Hiradur, che aveva appena preso
la parola, sembrava proprio di no.
Neanche il precipitoso arrivo del suo caro amico Gwaeron, che aveva
portato la disastrosa notizia dell'improvvisa caduta della torre di
Barad Parth, sembrava aver scosso a sufficienza il consiglio, che ora
stava di nuovo discutendo del modo migliore di rispondere a quest'altro
terribile colpo inferto ai resti di Arthedain.
Caranthir era sempre più amareggiato.
Il suo amico sembrava aver portato con sè un oggetto di grande potere,
causa del poderoso attacco sferrato alla fortezza dùnadan, e Caranthir
aveva promesso di aiutarlo e di accompagnarlo al rifugio elfico di Gran
Burrone per chiedere consiglio al suo saggio Signore. Ora doveva solo
trovare il modo di convincere Earwen a non accompagnarli.
Mentre pensava fra sè guardò brevemente sua sorella seduta accanto a
lui:
*Non questa volta sorellina, stavolta dovrò andare da solo. E' troppo
pericoloso...*
La voce beffarda di Hiradur lo distolse dai suoi pensieri:
"Allora, nobile Caranthir, guiderai la spedizione che vendicherà i
caduti di Barad Parth, come ti chiede il tuo signore?"
Caranthir si volse verso Aranarth, il Supremo Capitano dei Dùnedain del
Nord, che lo fissava in silenzio aspettando una sua risposta.
*Se mi rifiuto di rispondere ad una richiesta del mio Signore, il mio
onore e quello della mia casata andrà alle ortiche. Gli Eldanar saranno
considerati codardi e traditori e la nostra antica famiglia perderà ogni
influenza in seno al Consiglio*
Si girò indeciso verso sua sorella e verso l'amico, che gli aveva appena
chiesto disperatamente aiuto. Aveva promesso di aiutarlo. Aveva
promesso.
"Sono addolorato mio signore, ma non posso farlo."
Aranarth, lo guardò intensamente, come per cercare di capire quale fosse
il motivo di un tale rifiuto, ma poi si volse verso Hiradur, che intanto
aveva ricominciato a parlare:
"Ecco, come vedete ancora una volta gli Eldanar, dall'alto della loro
grande sapienza e saggezza accumulate nel corso della loro lunghissima
storia, se ne lavano le mani e rifiutano di immischiarsi nelle futili
faccende dei loro fratelli..."
Caranthir si alzò in silenzio dal suo posto ed uscì dalla sala, seguito
da Gwaeron ed Earwen...
Torre delle Aquile-Fornost
Caranthir, Earwen, Gwaeron ed il giovane che l'accompagnava stavano
dirigendosi verso la porta...
"Non così in fretta Eldanar, non ho ancora finito di parlare. Vi
rifiutate di aiutare i vostri fratelli senza neanche dare una
qualsivoglia spiegazione? Neanche questo meritiamo? Quale sarebbe questo
impegno improrogabile che vi impedisce di fornire i vostri servigi per
il bene del vostro Sire e di tutti noi? Avete forse qualche segreto da
nascondere?"Lo sguardo di Hiradur si voltò verso Aranarth cercando
approvazione e trovando innegabilmente un certa curiosità unita ad un
fondo di sospetto "Ebbene nobile Caranthir, la missione che volevo
affidarti era molto importante e di grande fiducia., il tuo rifiuto
esige una spiegazione."
Caranthir guardò alternativamente Gwaeron ed Aranarth "Mio Signore"
disse con voce incerta "io, non posso...io..."
Earwen conosceva la lealtà e la devozione che il fratello provava nei
confronti di Aranarth: gli avrebbe detto la verità? No, Caranthir, non
lo fare, è troppo pericoloso, non possiamo fidarci di nessuno, neanche
di lui. Passarono alcuni istanti senza che Caranthir riuscisse a dare
risposta, diviso tra la promessa fatta al suo amico ed il peso di dover
mentire al suo Capitano.
"Mio Signore," era la prima volta che Earwen prendeva la parola ad una
riunione "non ci è possibile adempiere al Vostro volere a causa di gravi
motivi di famiglia " disse con voce ferma; una risposta che, portando la
discussione dalla sfera "professionale" a quella personale, non dava
alcuna reale informazione, ma non ammetteva repliche, almeno in
pubblico. Aranarth, che nel frattempo si era alzato, ricadde sulla
grande sedia, deluso e stanco , tenendo la testa tra le mani.
Caranthir, guardando la sorella con gratitudine, riprese a camminare
verso il fondo della sala.
I quattro si diressero in un alloggio dove era possibile parlare lontano
da orecchie indiscrete.
Earwen si rivolse immediatamente a Gwaeron "Ora che puoi parlare, ti
prego, raccontaci : cosa ti è successo esattamente dall'ultima lettera
che ci hai inviato? E chi è questo giovane che ti accompagna?"
Prima di iniziare a parlare Gwaeron trasse, dalla borsa che portava con
sè, un oggetto voluminoso ricoperto da una stoffa.
Gwaeron
Stanco, sporco, ferito, teso, Gwaeron ripetè ai suoi vecchi amici la
storia che aveva raccontato ad Aranarth nel consiglio. A loro però
avrebbe detto tutto, almeno tutto quello che sapeva. E questo valeva
anche per il ragazzo che camminava al suo fianco. In fondo, gli doveva
la vita.
Una volta entrati nelle stanze di Caranthir ed Earwen, al riparo da
occhi e orecchie indiscreti, poggiò sul tavolo una borsa di cuoio, e ne
estrasse un libro rilegato di una strana pelle scura. Attese un attimo,
in silenzio. Poi iniziò.
"Caranthir, Earwen. Quest'uomo è Arrakha. Non stupitevi se parlerò di
certe cose anche davanti a lui, nonostante lo conosca da poche
settimane, e benchè, come ben sapete, la mia fiducia sia bene raro. Il
mio istinto e gli avvenimenti degli ultimi tempi sono concordi nel
giudicarlo.
Ricorderete l'ultima volta che sono partito. E'successo mesi fa. Ho
fatto un viaggio lunghissimo, e molto pericoloso. Ma non vano. Dopo anni
di ricerche, ho saputo che un gruppo di orchi, una squadra piuttosto
numerosa agli ordini di un uomo del Sud di nome Azazel, aveva rubato non
lontano da qui un oggetto che molti anni fa costò la vita a mio padre, e
alla mia famiglia. Gli orchi lo stavano trasportando verso una fortezza
nelle Montagne Nebbiose settentrionali, dove avrebbero atteso l'arrivo
del loro padrone.
Coraggio o follia, non saprei dirlo. Ma in fondo è tutta la vita che
cerco di sapere, e vendicarmi. Sono entrato in quella fortezza, da solo,
una mattina presto. Ho trovato quel che cercavo, l'ho preso, e sono
fuggito.
Non senza lasciarmi dietro qualche cadavere, però. E Azazel non poteva
tardare molto. Ero solo, viaggiavo a piedi, e se sono vivo lo devo alla
fortuna, e alla mia conoscenza delle foreste a est di qui. Mi hanno
inseguito per settimane. Una volta mi hanno mancato per poche ore. Sono
orchi, è vero, ma li guida è un uomo, e di grande potere. Dapprima
volevo andare verso ovest, a Imladris, ma non me l'hanno permesso. Poi
ho seguito la Via, cercando di arrivare fin qui e rifugiarmi, ma il
cammino era sorvegliato, e mi sono diretto verso nord. Giunto nei pressi
del lago Evendim, ormai allo strenuo delle forze, mi sono ricordato di
Barad Parth, e della guarnigione che, a quanto sapevo, teneva la torre.
Arrakha ne è ora l'unico superstite.
Ho bussato alla loro porta, e mi hanno aperto. Senza sapere bene chi
fossi, o perchè fossi inseguito, mi hanno ospitato, mentre una tempesta
spazzava le terre del nord per giorni e giorni, e la mia vita era salva
per miracolo.
C'è ancora valore negli uomini. Barad Parth ne è stata la prova. Dopo
tre settimane, quando la tempesta era passata, e iniziavo a pensare di
ripartire, sono arrivati. Stavolta non in piccoli gruppi, ma più
numerosi. Azazel era con loro.
Hanno preso la torre. I soldati hanno combattuto come leoni, ma i nemici
erano troppi. Hanno difeso me e la torre con coraggio, ma sono caduti,
senza neanche sapere perchè. Ora è giusto che almeno Arrakha lo sappia.
Azazel mi ha chiesto di restituirgli quello che avevo preso, ma sarei
morto pur di non darglielo. E mentre Arrakha, ultimo dei suoi,
continuava a combattere, ho rischiato la vita tuffandomi nel lago, e
così ha fatto il mio compagno, approfittando della confusione. Siamo
scappati, e siamo riusciti a seminarli venendo qui. Tutto per questo
libro"
Dicendo questo, lo aprì. Il libro era evidentemente molto vecchio, ma la
peculiarità era un'altra. Era pieno di parole di senso compiuto, scritte
in Sindarin, ma messe a caso come pescate da un sacco. Mostrandolo a
Caranthir ed Earwen con le pagine aperte, disse loro:
"Eccolo qui. Cosa sia di preciso, non lo so. Ma so che è costato la vita
a mio padre, che lo aveva avuto chissà come. E un piccolo esercito è
pronto alla guerra per riprenderselo. Il punto è che è scritto in un
codice incomprensibile. E c'è un solo posto dove posso portarlo.Ma non
posso andarci da solo."
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